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Oltre questo mare

A colloquio con Predrag Matvejevic. Lo scrittore croato in una riflessione sul passato e sul presente dell’Adriatico, del Mediterraneo, dell’Europa. Per fare i conti con l’eterna incognita dei Balcani

intervista di Alessandro Giambartolomei

 
«Un tempo lo si definiva “Mare superiore”. Braudel dice che l’Adriatico riassume tutto il Mediterraneo. Ha delle componenti che creano quest’intimità, dovuta alla maggior ristrettezza degli spazi, ad una maggiore vicinanza»

“Nei tempi più antichi, coloro che approdavano sulle sue sponde si trovavano in imbarazzo: è un golfo o un mare? C’è questa dualità. D’altra parte l’Adriatico attraeva con le sue sponde, le più belle del Mediterraneo.
Talvolta si allargavano le sue frontiere. Quando San Paolo compì il suo viaggio apostolico dalla Terra santa alla Città eterna restò vittima di due naufragi, uno a Malta e l’altro a Creta. Descrisse questo viaggio in una specie di diario e parlò di un mare Adriatico che si estendeva da Creta fino alla Sicilia. Un tempo lo si definiva “Mare superiore”. Braudel dice che l’Adriatico riassume tutto il Mediterraneo. Ha delle componenti che creano quest’intimità, dovuta alla maggior ristrettezza degli spazi, ad una maggiore vicinanza”.

Ma quello di intimità è un concetto che esprime anche un’idea di chiusura.
“Una chiusura che ha tratti negativi, ma anche positivi. E’ quando si è chiusi, “si è dentro”, e si può sentire intimamente un’appartenenza”.

 

 
«Mio padre era emigrato nel 1920 dalla Russia ed era ossessionato da questi ricordi del mare, che mi ha lasciato in eredità: un mare narrato.»

Predrag Matvejevic, fotografato al porto di Senigallia nel 2004
 

 

Il “Breviario mediterraneo” di Predrag Matvejevic, pubblicato da Garzanti, è ormai un best seller, giunto alla sesta edizione con circa cento nuove pagine, tradotto in ventuno lingue, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti, internazionali e nazionali, tra cui il prestigioso “Strega”.

“Nel Medioevo si scrivevano vari breviari, soprattutto d’ispirazione religiosa. I padri della Chiesa consigliavano a coloro che scrivevano breviari di stare attenti a non lasciarsi prendere dalla tentazione di farne un vangelo. Allora io, per non fare un vangelo, per rimanere nella dimensione del breviario, quando ho aggiunto le cento nuove pagine ne ho tolte una trentina delle vecchie”.

Com’è nata l’idea di questo libro?
“Ha avuto una lunga incubazione.
Iniziando da quando ero ragazzo e ascoltavo i racconti di mio padre, che era nato sul Mar Nero, a Odessa. Lui mi parlava spesso della Crimea, una terra dal caratteristico microclima mediterraneo, in cui si trovano proprio le piante tipiche del Mediterraneo: la palma, il fico, il melograno, l’ulivo. E poi quello era anche il mare degli Argonauti, del Vello d’oro.
Mio padre era emigrato nel 1920 dalla Russia ed era ossessionato da questi ricordi del mare, che mi ha lasciato in eredità: un mare narrato. D’altra parte, da quando avevo due anni e fino ai sette, ho abitato a Sebenico, sull’Adriatico; e lì il mare l’ho visto e vissuto davvero. Ho imparato a nuotare, a sentire i profumi del Mediterraneo.
Dunque si sono confusi due mari: quello narrato e quello vissuto, tutt’e due presenti nel libro.
La mia è una narrazione che si sviluppa liberamente seguendo vari spunti, affiancata da un’osservazione minuziosa, scientifica".

I Balcani.

“C’è una contraddizione nei Balcani: da una parte essi sono una polveriera, dall’altra sono la culla della cultura europea, dove nacquero la dialettica, la scienza, la filosofia.
C’è una bella battuta di Churchill, pronunciata sul suolo italiano durante la seconda guerra mondiale. Si incontrava con Tito e con lui parlava di una possibile invasione sull’Adriatico, prima ancora della Normandia, e disse: “Questo spazio produce più storia di quanta ne può consumare
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Un pescatore sistema la rete al porto di Fano

 

«C’è una bella battuta di Churchill, pronunciata sul suolo italiano durante la seconda guerra mondiale. Si incontrava con Tito e con lui parlava di una possibile invasione sull’Adriatico, prima ancora della Normandia, e disse: “Questo spazio produce più storia di quanta ne può consumare»